È insito nell’immaginario collettivo il concetto di restauro, specialmente in ambito artistico; ripristinare un’opera d’arte, riportarla al suo antico splendore, è un atto importante e significativo, sia a livello concettuale che pratico, tale da assumere quasi un aspetto mistico: riavvolgere il tempo passato e vissuto di un oggetto, permettergli di perdurare nel tempo e di essere fruito dai posteri.

Ad oggi si potrebbe parlare di “restauro” umano, facendo riferimento alle operazione chirurgiche a scopo estetico. Il più delle volte l’intento è quello di riavvolgere il visibile passaggio del tempo sulla propria pelle, nascondere le rughe, considerate un difetto da estirpare.

E se, in realtà, fossero quelle rughe da cui si tenta, invano di scappare, a dare valore a ciò che è stato vissuto? Dopo ogni “ritocchino” il volto, inevitabilmente, perde di autenticità. Tuttavia ciò non deve essere inteso in senso prettamente negativo, poiché il rinnovamento permette di dar vita a qualcosa di nuovo e inesplorato.

Quando, analogamente, un’opera d’arte viene restaurata sicuramente qualcosa, anche il minimo dettaglio, si distaccherà da quella che era l’opera originale, ma ciò le permetterà di caricarsi di una nuova “aura”.

D’altronde, tutto ciò che esiste è inevitabilmente sottoposto al cambiamento, che sia fisico o mentale. Questo genera nell’uomo una naturale necessità di conservazione riguardo a ciò che precede il cambiamento, il passato.

Per quanto la società evolva, e l’arte si trasformi in conformità ad essa, è comune che la mentalità umana rimanga particolarmente attaccata a meccaniche passate, tale da elevarle rispetto a quelle presenti. Per questo motivo non è difficile, oggigiorno, imbattersi in frasi come:

“L’arte contemporanea non è arte, i veri artisti erano quelli del passato”.

Cosa genera questo tipo di approccio?

In primo luogo, sicuramente, poca conoscenza dell’argomento e mancanza di spirito critico. Tuttavia, parlando d’arte e vivendo in società, non ci si può accontentare di questa scusante, ma cercare di analizzare i processi mentali e storici che hanno portato a questa attuale percezione dell’arte contemporanea.

È come se la mentalità culturale della società sia rimasta intrappolata in un un’opera antica che, ormai, per quanto sublime e possente sia stata in passato, per il suo tempo, con ciò che siamo oggi non ha più nulla da raccontare. E, magari, quest’opera necessiterebbe anche di essere restaurata, poiché con il tempo i suoi colori ne hanno perso lucentezza e materia.

Non sempre il non voler che un’opera venga restaurata sia fine a se stesso. Basti pensare al caso della Pietà di Michelangelo, sfregiata da LászlóTóth il 21 maggio 1972. Alcuni ritenevano fosse più opportuno lasciare l’opera così com’era ridotta, in modo tale che potesse raccontare la sua storia, di vittima innocente di tale brutalità, anche ai posteri.

Restauro ideologicoIn questi casi la scelta sul da farsi è confusa e difficile, non c’è realmente un’opzione giusta o sbagliata, ma quella che meglio possa incorniciare la situazione. Nel caso della Pietà si preferì, infine, restaurare l’opera originale. Ma innumerevoli sono, nel corso della storia, i casi di restauri che si distaccano dalla riproduzione dell’opera originale, e di molti non ne verremo mai a conoscenza, probabilmente.

Ci si è attaccati a un’ideologia caricatasi nel corso del tempo, assumendo un’ accezione aulica per via di ciò che ha raccontato e racconterà.

Questo attaccamento al passato genera, inevitabilmente, un distacco alla percezione del presente e, di conseguenza, all’arte che ne incarna la narrazione.

L’arte classica, carica di tecnica e perfezione, è indubbiamente una parte importante e decisiva del patrimonio culturale umano, deve rimanere insita nella nostra percezione, studiata, apprezzata e restaurata, quando possibile, affinché possa ancora raccontarci nuove storie. Tuttavia non si può lasciare a un’arte ormai antica il compito di raccontare la nostra attuale storia ed evoluzione.

Restauro ideologicoSarebbe necessario instaurare un dialogo perpetuo tra passato, presente e futuro, permettere ai tempi di influenzarsi e restaurarsi ideologicamente. Questo accade, per esempio, nelle opere di Michelangelo Pistoletto, del 1976, “Dono di Mercurio allo specchio” e “L’Etrusco”.

Statue di bronzo, testimoni di un’arte classica restaurata nel presente contemporaneo grazie al semplice ausilio di uno specchio, che permetterà loro di ricontestualizzarsi in una nuova società, osservarsi così come le osserva la società moderna, riflessi all’interno di uno spazio museale, riflesso che non sarà mai uguale per via dell’andirivieni dei visitatori e dei nuovi osservatori.

Un quadro in continuo divenire, perfetta rappresentazione di ciò che è l’uomo, di quel che crea e con la preziosissima capacità di osservare, assimilare e reinventare ciò che è già stato visto, già stato fatto, ma dargli nuova vita, ristrutturarlo grazie a nuovi contesti, creando così  nuove e infinite possibilità.

Federica M. Grasso

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