L’annuncio di una nuova stagione di Better Call Saul è sempre accompagnato da enormi aspettative e speculazioni. Non è stata da meno la quarta che – andata in onda dal 6 agosto all’8 ottobre sul canale americano Amc, e in contemporanea su Netflix Italia – ha decisamente aumentato la posta in palio: lo showrunner Vince Gilligan, infatti, ha parlato di un cambio di rotta, di una stagione “più oscura e più ricca”, ma soprattutto, ha lasciato intendere come i riferimenti a Breaking Bad sarebbero stati ancora più espliciti, come se non lo fossero già abbastanza. Inutile dire come la speranza di ogni fan, settimana dopo settimana, sia stata quella di vedere sullo schermo, anche solo per un attimo, i volti tanto cari di Jesse Pinkman (Aaron Paul) e Walter White (Bryan Cranston).

Conclusa questa stagione possiamo dirlo: chi sperava in un loro ritorno sarà rimasto con l’amaro in bocca, ma chi segue Better Call Saul per appagare un banale desiderio di fanservice coglie davvero poco di quello che può offrire questa serie che vive di vita propria e non ha nulla da invidiare a Breaking Bad. Non è un caso che Guillermo del Toro abbia recentemente dichiarato di preferire lo spin-off – anche se ormai è termine piuttosto stretto – alla serie madre.

Gilligan si dimostra ancora una volta capace di dosare gli ingredienti di una formula che da dieci anni continua a risultare vincente e che premia la pazienza dello spettatore. Questa stagione, dopotutto, rischiava di soffrire del proverbiale salto dello squalo: la prima grande novità sta nell’assenza di Chuck McGill (Michael McKean) il cui incontro/scontro con suo fratello Jimmy (Bob Odenkirk) è stato fino a ora il motore della serie. Chuck rappresenta il grande assente e il vuoto che lascia si sente, in particolar modo nelle prime puntate: gli episodi sono lenti e sembra che non accada nulla di rilevante. Chi conosce Breaking Bad sa che questo non è un espediente fine a se stesso nonché croce e delizia del modus narrativo. A ogni morte segue un elaborazione del lutto: lo abbiamo visto con Walter – almeno all’inizio – e l’abbiamo visto soprattutto con Jesse, sconvolto per ogni decesso causato direttamente e indirettamente per mano sua.

Better Call Saul, quarta stagione: l'importanza di chiamarsi Goodman

Lo stesso vale per Jimmy, ma notiamo sin dalla fine della prima puntata che qualcosa non quadra: Jimmy cerca di sradicare la memoria del fratello, quello stesso fratello che per mera invidia lo ha sempre ostacolato, e mai come adesso è disposto a usare ogni mezzo illecito per trasformarsi definitivamente in Saul Goodman. La rivalsa di Jimmy/Saul non è differente da quella di Walter/Heisenberg: per entrambi è un processo lento, che va per tentativi ed errori, in cui ci sono ripensamenti verso una morale che pian piano si fa sempre più sottile, alla fine entrambi riescono a esultare per la vittoria ma come vedremo non saranno capaci di mantenerla, non senza perdere qualcosa d’importante. Se Walter si giustificava dicendo di farlo per la sua famiglia – quella stessa famiglia che è sempre stata una fonte d’insoddisfazione -, Jimmy usa a suo piacere la convivenza con la collega Kim Wexler (Rhea Seehorn), tanto disposta ad aiutarlo per evadere da una realtà monotona quanto consapevole che la cosa prima o poi le si ritorcerà contro.

Better Call Saul, comunque, non si limita a raccontare la scalata di Jimmy verso la vittoria ma parla di un’altra rivalsa, quella di Gustavo Fring (Giancarlo Esposito): approfittando del malore di Hector Salamanca (Mark Margolis) causato da Nacho Varga (Michael Mando), Gus dimostra di avere la scacchiera in mano spostando a suo piacere ciascuna pedina per attuare – con la freddezza metodica di sempre – la sua vendetta. Nel frattempo consolida la sua alleanza Mike Ehrmantraut (Jonathan Banks) iniziando i lavori di quello che sarà il laboratorio protagonista della terza e quarta stagione di Breaking Bad. È durante questa sottotrama che vengono introdotti due nuovi personaggi: l’architetto Werner Ziegler (Ranier Bock) ma soprattutto Lalo Salamanca (Tony Dalton), un nome familiare per i più attenti e che nella sua breve apparizione sembra promettere di cambiare tutte le carte in gioco.

La carne al fuoco è decisamente tanta, e se all’inizio sembra essere stantia nel carburare verso la fine le tessere del puzzle vanno tutte al proprio posto preparandoci a una quinta stagione – probabilmente quella finale – che sarà letteralmente una bomba a mano. Tra un Jimmy McGill passato praticamente al lato oscuro e la guerra fredda tra Gus e i Salamanca non avremo di che annoiarci, anche se sarà decisamente faticoso aspettare per un anno intero.

Antonio D’Alessandro

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