La genesi di “Alita – Angelo della battaglia”, inteso come film, è ben più lunga e complessa rispetto al lavoro condotto dal dottor Ido sulla carcassa cibernetica da lui trovata ancora in funzione dopo oltre trecento anni.

Tutto ebbe inizio nel 2000, quando James Cameron vide una certa potenzialità filmica nel manga firmato da Yukito Kishiro. Gli anni passavano e il progetto rimaneva fermo in cantiere anche a causa di quella priorità chiamata “Avatar” (2010), un film che ha rivoluzionato il cinema blockbuster. Si arriva dunque a oggi, quasi vent’anni dopo l’idea originale. Cameron vede in Robert Rodriguez il regista giusto per dare vita al film sceneggiato da lui stesso insieme a Laeta Kalogridis, famosa per aver scritto “Shutter Island” (2010) di Martin Scorsese. Ci si chiede in che modo possano coesistere due registi di caratura così differente ed eterogenea come Cameron e Rodriguez. Per chi non li conoscesse, parliamo del regista di “Titanic” (1998) e di quello di “Machete” (2010). Film agli antipodi per stile, forma e contenuti.

Alita

In questo senso le prime perplessità su “Alita – Angelo della battaglia” hanno ragion d’essere dal momento che difficilmente un film blockbuster si può coniugare ad uno stile da B-movie. E di base è quello che accade a questo film, sebbene non sia interamente da bocciare. Gli unici problemi che “Alita” incontra sono legati soprattutto ad una narrativa fin troppo pretestuosa in alcuni passaggi e inutilmente prolissa. La domanda che la giovane cyborg appena riassemblata si pone è quella di qualsiasi personaggio soggetto ad un processo formativo: “Chi sono?”. E così, prendendo consapevolezza di sé davanti ad uno specchio, nella miglior tradizione freudiana, Alita rinasce una seconda volta ed inizia a capire se stessa e soprattutto il mondo che la circonda.

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Un mondo diviso che riprende in questo caso la sottotrama politica tipica di Rodriguez e già vista in “Machete”. Un mondo che vede una città sospesa in aria come unica ragione di vita di chi vive sulla Terra. E non è un caso che la lingua madre della Terra calpestata da Alita e Christopher Waltz sia proprio lo spagnolo. Il tutto, esaltato da una fotografia sul giallo che non può far altro che rimandare al Messico. Tuttavia questo discorso si esaurisce qui ed è messo da parte in favore dell’azione, che parte molto lentamente e dopo una mezz’ora di film. Da qui in poi Rodriguez prende lo script di Cameron e lo adatta alla sua idea di cinema con combattimenti perfetti e carichi di citazioni. Come quella che fa al suo fratellastro Quentin Tarantino e nello specifico a “Kill Bill vol. 1” (2003), quando Alita contrasta una delle sue tante nemesi eseguendo la stessa mossa dell’iconica Gogo Yubari. Le porte per una guerra futura sono già aperte così come il finale, che dà conferma alle parole di Cameron circa la creazione di un franchise.

Il comparto visivo di “Alita – Angelo della battaglia” sorregge tutto il film e su questo non vi erano dubbi. Bastano pochi secondi del trailer per capire che ci troviamo di fronte ad un’opera di grandissimo spessore e dall’immensa potenza visiva. Uno splendore per gli occhi dello spettatore che potrebbero diventare grandi e lucidi come quelli della protagonista, interpretata dalla bella Rosa Salazar e modificata in Cgi. Tuttavia, il film dello strano duo Cameron-Rodriguez viene promosso con riserva. Troppe le tematiche buttate lì e mai realmente approfondite, come quella sull’intelligenza artificiale. Troppi i passaggi ed i colpi di scena facilmente prevedibili. L’inconfondibile stile di Robert Rodriguez riesce a tenere in piedi il film con una base stilistica solida ma i dubbi contenutistici rimangono molti forti. Una visione la merita in ogni caso, anche per il solo comparto visivo che, sebbene non aggiunga nulla di particolarmente nuovo nel cinema di fantascienza, riesce comunque ad ammaliare. E adesso, attendiamo l’eventuale sequel.


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