A poco più di due settimane dalla scomparsa della regista Agnès Varda, il mondo del cinema dice addio a una delle sue signore, simbolo di un’epoca di grandi talenti e idee ancora oggi rimpianta. Se ne va, infatti, Bibi Andersson.

È morta ieri nella sua Stoccolma all’età di 83 anni Bibi Andersson, attrice simbolo della cinematografia del grande Ingmar Bergman. Ha partecipato a ben 13 film del regista svedese, fra cui capolavori come “Il posto delle fragole” (1957) e “Il settimo sigillo” (1958). Stando alle indiscrezioni riportate dai siti svedesi, Bibi Andersson soffriva dei postumi di un ictus subito nel 2009 e conduceva gran parte del tempo in una clinica privata. “È stata malata per molti anni, ma è triste comunque – ha riferito la regista Christina Olofsson -. Sono venuta a sapere che Bibi è morta oggi all’ora di pranzo”.

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Nata a Stoccolma l’11 novembre 1935, l’attrice appare in circa 50 film in 60 anni di carriera. Viene scoperta all’età di sedici anni dal regista Ingmar Bergman, il quale le offre una parte in uno spot pubblicitario per il detergente Bris. Il debutto avviene nel 1953 con il film “Dumbom” diretto da Nils Poppe, mentre l’anno successivo recita nel film di Torgny Wickman “En nott pa Glimmingehus”. Dal 1954 al 1956 frequenta la Royal Dramatic Theatre School e la Terserus Drama School, dove perfeziona i suoi studi di recitazione. Bergman la vorrà ancora in “Sorrisi di una notte d’estate” (1955), nei suddetti “Il posto delle fragole” e “Il settimo sigillo”, e poi in “Alle soglie della vita” (1958). Nel 1962 vince l’Orso d’argento alla Miglior attrice a Berlino per la sua interpretazione ne “L’amante” (1962) di Vilgot Sjöman. Probabilmente è nel 1966 il ruolo che l’ha valorizzata di più, quello dell’infermiera Alma in “Persona” (1966), ancora di Bergman.

Non sono mancati contatti con il cinema italiano. È diretta da Alberto Sordi in “Scusi, lei è favorevole o contrario?” (1966) e da Marco Bellocchio in “Il sogno della farfalla” (1994). Collabora anche con John Huston (“Lettera al Kremlino”, 1970) e Robert Altman (“Quintet”, 1979).


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