Il Nastro della legalità, riconoscimento che va ai film che meglio riescono a raccontare e denunciare i mali della società, va all’opera coraggiosa di una regista siciliana.

«È un’opera che parla con forza, ma anche con grande attenzione all’intimità dei sentimenti più privati, di contrabbando di uomini, di sangue, persecuzioni e schiavitù, accendendo un riflettore su una delle tante tragedie fuori dall’attenzione mediatica di un mondo che fa distinzione perfino sull’orrore della guerra». Questa è la motivazione che accompagna l’assegnazione del Nastro della legalità a “Sembra mio figlio” di Costanza Quatriglio. Il film racconta la storia di Ismail e Hassan, due fratelli migrati dall’Afghanistan all’Italia in tenera età. Quando Ismail ritiene di aver finalmente ritrovato un contatto con la propria madre insiste per vederla, nonostante lei neghi tutto. Di fronte alle difficoltà, decide di recarsi in Pakistan di persona per parlarle.

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Nato l’anno scorso su iniziativa dei Giornalisti cinematografici insieme a Trame – Festival dei libri sulle mafie diretto da Gaetano Savatteri, il riconoscimento intende porre all’attenzione del pubblico titoli incentrati sulla denuncia e condanna di piaghe sociali come la mafia. Nel passaggio dal cinema del reale al racconto di fiction, Costanza Quatriglio racconta la paura negli occhi di vittime innocenti in un film che suscita sdegno e impone una riflessione su un traffico illegale e che fa vivere come un atto di illegalità il diritto all’asilo alla ricerca di una nuova vita.

Laura Delli Colli, presidente Sindacato nazionale Giornalisti cinematografici italiani (Sngci) aggiunge: «È nel segno di una ‘militanza’ attiva sui temi della societa’ che il Sngci segnala, attraverso il cinema nella sua migliore tradizione di impegno civile, storie o ‘casi’ che quotidianamente segnano il nostro lavoro nella cronaca». «Un Premio che ci ricorda – prosegue Delli Colli – che il cinema non vive solo di leggerezza, di red carpet e riflettori sullo star system ma, come insegna la lezione dei maestri di sempre, e come dimostra la verità di tanti piccoli film spesso indipendenti o in controtendenza, rende il cinema specchio della società e insieme strumento di denuncia sociale e di crescita civile. Proprio come dev’essere il lavoro di un buon cronista».


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