Presentato in chiusura della tredicesima edizione del Festival del Cinema di Roma, Notti magiche è l’ultimo film di Paolo Virzì. La pellicola prende come pretesto i Mondiali del ’90 per raccontare un Italia che non c’è più.

La battuta più bella di tutto Notti magiche, ultimo film di Paolo Virzì, è messa in bocca a uno straordinario Roberto Herlitzka, aka Furio Scarpelli, firma di numerosi capolavori del nostro cinema: “Cosa ci resta da raccontare se non il tempo che passa”, sottotitolo perfetto dell’intero racconto. Italia ’90, che fa da sfondo alle vicende dei tre giovani sceneggiatori, le brillanti promesse, finalisti del premio Solinas, e alla morte di un noto produttore cinematografico, interpretato da un meraviglioso Giancarlo Giannini, è solo un pretesto per raccontare cosa eravamo e non siamo più. Che sia il cinema o il calcio non fa differenza.

Per Virzì, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, quel che conta naturalmente è il cinema. Lui che quel mondo lì lo ha visto da vicino, essendosi formato proprio con Furio Scarpelli. E poco importa se il tutto sia coinciso con la disastrosa mancata qualificazione della nostra Nazionale agli ultimi Mondiali. Si ripercorrono a ritroso le vicende che hanno portato alla morte del produttore Saponaro con unico quesito che fa da eco all’intero film: chi ha ucciso il cinema italiano quello ammirato in tutto il mondo, che sapeva raccontare cinicamente e minuziosamente il nostro Paese?

Virzì fa quindi parlare il suo Fulvio/Furio, metà solito stronzo e metà venerato maestro, per dirla alla Berselli, e in bocca a lui mette la sua principale invettiva contro le brillanti promesse, se davvero di queste si tratta: smetterla di guardare dentro il proprio ombelico, smetterla di pensare che il proprio micromondo sia in qualche modo rappresentativo e immedesimabile e iniziare a guardare fuori dalla finestra, sporcarsi le mani. O prendere i mezzi pubblici, come diceva Flaiano. Insomma, la lezione ce l’hanno sempre data, siamo noi che non abbiamo mai afferrato. Oppure, più semplicemente, un po’ per sfortuna, un po’ per evoluzione storica e culturale, c’è toccato il peggior ricambio generazionale di sempre.

notti magiche
Virzì sul set del film in compagnia dei tre protagonisti
Come ne La Terrazza di Scola, non a caso il film che secondo i critici segna la fine definitiva della Commedia all’italiana, c’è una generazione al tramonto a un’altra che muove i primi, maldestri, passi. Due generazioni che fanno fatica a comprendersi e capirsi, come spiega il dialogo tra Fulvio/Furio e il giovane sceneggiatore messinese vincitore del premio Solinas.

È chiaro che con questi sceneggiatori non andremo da nessuna parte, ed è forse questo il fulcro di tutto. Una carrellata amarcord del cinema che è stato e dei personaggi che lo hanno abitato, tra cui spicca un Mastroianni piangente in una stanza buia perché mollato dalla Deneuve, un Fellini non a caso al suo ultimo film e i pranzi e le cene di meravigliosi cinici geni che sentono l’odore della fine, ma che non vogliono mollare, anche perché a chi dovrebbero passare il testimone?

Ma forse l’immagine più bella è quella di Antonioni, il maestro dell’incomunicabilità, che lascia il tavolo in cui era solito pranzare e cenare da solo, nonostante la sala fosse piena di colleghi e di gente che blaterava di cinema senza sosta, per sedersi di fronte a una giovane sconosciuta, una qualunque, una del popolo, si direbbe oggi, e scoprire che in fondo parlano la stessa lingua anche se una cita i Pooh e l’altro scrittori giapponesi.


Il trailer del film

Valeria Arena

 

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