Nel 2002, Oriana Fallaci replicava all’impertinenza di Sabina Guzzanti – che la imitò in uno show, ironizzando sulla malattia che quattro anni dopo l’avrebbe condotta a morte – dicendo che “sul cancro non si può scherzare“. E che non sarebbe da persone civili nemmeno l’augurarlo agli altri.

Non avevamo bisogno, in verità, di citare la celebre giornalista. Lo facciamo solo per dare una patina di nobiltà a quella che in fondo è solo una considerazione di senso comune. Su certe cose, in particolare a mali che procurano sofferenza, non si scherza. Sic et simpliciter. Con tanto di espressione verbale impersonale. Nulla da discutere.

Perciò rimaniamo piuttosto scossi dalla licenza che si auto-procura “Sick Note”, serie Tv britannica ideata da Nat Saunders e James Serafinowicz. Trasmessa in anteprima italiana da Sky One in quasi-contemporanea con l’edizione inglese nel 2017, a fine 2018 è sbarcata anche su Netflix. L’argomento principe è, per l’appunto, il cancro. Ma ciò che davvero compone metà dello show è il modo in cui questo è trattato.

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Breve sinossi per capire di cosa parliamo. Daniel Glass (Rupert Grint) è un giovane scapestrato e vive con una ragazza che non ne può più di lui. È talmente pigro da fingersi spesso malato per non andare a lavoro e giocare ai videogames. Non pare peraltro nemmeno questo gran lavoratore, quando lavora. I suoi capi aspettano solo il motivo giusto per liberarsene. La sua vita sembra cambiare quando, nel corso di un esame di routine, scopre di avere un carcinoma dell’esofago. A quel punto il mondo gli si rivolta come un calzino: al lavoro diventa un eroe, la sua girlfriend non lo vuole più lasciare, rischia addirittura di diventare un’icona nazionale. Tutto molto bello finché non finisce l’incantesimo: la diagnosi è sbagliata, perché il medico (Nick Frost) è un idiota di livelli epici. Fatto sta che il professionista incompetente e il malato immaginario si alleano per mantenere la finzione, che conviene a entrambi.

“Sick Note” sarebbe da applaudire per il coraggio con cui affronta il pericolo di essere frainteso. Non è, infatti, un racconto sul cancro bensì sull’ipocrisia che circonda chiunque ne venga colpito. Sull’interesse più forzato che reale, sui sorrisi di circostanza, sulla retorica. Su tutto ciò, insomma, con cui la società sembra pulirsi la coscienza per uno dei pochi mali di cui non sarebbe nemmeno responsabile. Tutto ciò, unito a una scrittura piuttosto brillante, a gag buffe e al tradizionale umorismo inglese, genera uno show decisamente originale. Altro punto di forza è la fisicità dei due protagonisti. Grint non è più il Ron di “Harry Potter”, è cresciuto anche in talento. La sua faccia irregolare ed espressiva ci fa chiedere perché non l’abbiamo visto più spesso. Semplicemente irresistibile è Nick Frost, una stranissima fusione tra Aldo Fabrizi e Jerry Lewis.

È in lavorazione una terza stagione. Forse eccessiva: la seconda – che vede l’ingresso nel cast di Lindsay Lohan – rappresenta già una forzatura in termini di messa in scena. Il rischio di una discesa nel farsesco è forte e sarebbe un peccato. Col cancro non si scherza. Ma se lo si deve fare, almeno lo si faccia senza rimpianti.

Alessandro Fasanaro


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