Nell’Isola baciata dal sole e accarezzata dal mare non c’è nulla che non va.
Il cielo è azzuro, gli alberi sono verdi, gli uccellini cinguettano meglio di Twitter e l’aria è respirabile. Un paradiso terrestre. O almeno questo dice la mafia.

Certo, fossi un mafioso, non avrei nulla da lamentare non solo della Sicilia ma di tutto lo Stivale che, per chi frequenta questi ambienti, assurge a grande parco divertimenti, “Il Paese delle meraviglie” – per citare Crozza.

Da Cuffaro a Lombardo, dai Santapaola agli Ercolano, questo Paese – non solo la Trinacria – da sempre terreno fertile per la delinquenza comune e non, rischia di diventare quel paese dei balocchi la cui rappresentazione è fornita da Collodi in Pinocchio: dolci, caramelle, fumo negli occhi e due orecchie da asino ai lati del capo.

Un Paese che per venti anni è stato governato da un imprenditore che ha creato l’allora Fininvest e Milano 2 senza che nessuno gli chiedesse “Come hai fatto? Con quali soldi?”, il cui braccio destro, Marcello Dell’Utri, viene accusato – insieme a tre importanti ufficiali dei Carabinieri – nella sentenza di primo grado emanata dalla Corte d’Assise di Palermo lo scorso 20 aprile nell’ambito dell’inchiesta sulla Trattativa Stato-Mafia, di aver “minacciato” gli organi dello Stato per conto della mafia, con l’intento di ottenere un atteggiamento più morbido.

Tuttavia, il Belpaese non dispone di una legge che vieta di trattare con le organizzazioni criminali e ciò spinge giuristi del calibro di Giovanni Fiandaca, studioso ed esperto di diritto penale, a negare l’esistenza di un reato, non della trattativa.

La verità è che questo Paese non è mafioso, non è corrotto, non è vero che l’atteggiamento mafioso sta diventando un modus vivendi e non è vero neanche che puzza di giochi di potere e malaffare.

La verità è che abbiamo accettato tutto questo quasi come fosse un gioco. Come se prima o poi finisse.
Ma alla fine del gioco chi perde paga pegno.


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