Il riconoscimento e la tutela dei diritti dei minori di origine straniera sono stati i temi cardine di un importante incontro che si è tenuto oggi a Catania. “Minori stranieri. Accoglienza e integrazione: dalle esperienze realizzate quali prospettive?” è stato anche l’occasione per fare il punto della situazione in Italia intorno a una questione ormai sempre più di attualità.

“Scegliere la Sicilia come meta per il Convegno nazionale – nel Museo Diocesano di Catania – è quasi d’obbligo”. Esordisce così la coordinatrice della discussione, Liviana Marelli, dell’esecutivo nazionale Cnca. “La nostra regione è il maggior centro di accoglienza per giovani migranti soli – sottolinea Marelli -. Infatti la Sicilia ospita il 32 per cento dei ragazzi che arrivano in queste condizioni”. Ben 2.765 – stando ai dati riportati dalla direzione generale dell’immigrazione e delle politiche d’immigrazione rappresentata da Stefania Congia – fino a febbraio 2019. Quasi quanto Lombardia (805), Emilia-Romagna (731), Lazio (671) e Friuli-Venezia Giulia (643) messi insieme. Numeri impressionanti ma neanche troppo, considerando che giusto due giorni fa il Viminale a gennaio 2019 registrava un calo di arrivi pari al 91,79 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. “Non è necessariamente una cosa positiva – precisa Marelli – potrebbero essere aumentati coloro che sono trattenuti in Libia”. Ma questa apparente pausa dell’immigrazione “potrebbe essere un’opportunità – continua – per puntellare il sistema dell’accoglienza, in vista di future e possibili crisi”.

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Sistema che, di aggiustamenti, avrebbe assoluto bisogno, non solo sul piano della sensibilizzazione del pubblico e della politica, ma anche su quello dell’organizzazione. A evidenziarlo è Virginia Costa del Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati), la quale denuncia la mancanza di una vera e propria rete dell’accoglienza in Italia: “Non è possibile portare avanti certi progetti se le parti in causa sono frammentate – dichiara l’esponente dell’ex Sprar -. Se non c’è accordo tra la direzione nazionale e quelle locali, certi trasferimenti si trasformano quasi in deportazioni”. Si pone così il problema dell’inserimento non solo dei minori nei progetti Siproimi, ma degli stessi progetti nelle realtà locali. Regolate da politiche di welfare talvolta molto distanti tra loro. Bisogna quindi “fare rete” oppure introdurre – come spiega Mariella De Santis (Ufficio Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza) -, il principio dell'”ascolto di sistema”: lavorare affinché il minore sia coinvolto in un percorso non solo educativo e professionale, ma anche relazionale.

Non solo burocrazia

“Non si possono trasferire i ragazzi come pacchi postali – ribadisce Maria Francesca Pricoco, presidente del Tribunale per i minorenni di Catania -. Molti minori sono stati trasferiti senza nemmeno la previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria”. Pricoco attribuisce in gran parte la responsabilità di certi impasse all’incompleta ricezione delle disposizioni in merito alla tutela dei minori stranieri e non accompagnati, previste dalla legge 47/2017. Da qui l’implicita critica all’attuale classe politica: “Non possiamo venir meno al nostro ordinamento – prosegue Pricoco, rincarando la dose -, se un minore giunge in Italia da solo abbiamo il dovere di aiutarlo. Questi diritti e doveri non possono essere disattesi sulla base di chi sta al Governo”. Da qui il richiamo a un’idea presa in prestito dalla classe dirigente per motivare certe decisioni sul tema dell’immigrazione: “Il concetto di sicurezza si dovrebbe collegare a quelli di debolezza e di vulnerabilità – conclude – non dovrebbe stare con quelli della forza e della prevaricazione”.

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Da sinistra: Mariella De Santis e Maria Francesca Pricoco

Sullo sfondo di questo discorso c’è il problema generale della sempre maggiore diffusione della paura dello straniero. “Non per forza originata dalla politica – afferma Mario Schermi,  della Libera università dell’educare – ma da questa veicolata”. Il responsabile Lude pone l’accento sul reale paradosso dell’uomo contemporaneo, “quello che nella storia dell’umanità fa più fatica a incontrare l’altro” nonostante l’avvicinamento dato dal web e dai social. Sicché si creerebbe un cortocircuito tra un mondo sempre più globale e un altro che invece si accartoccia sempre più sull’individualismo, con l’insorgenza di “forme odiose di chiusura”. La “sfida educativa” di oggi è quindi insegnare alle persone ad allargare, e non a restringere, il cerchio della loro identità comunitaria. “Non dobbiamo limitarci a fare accoglienza – conclude Schermi – ma dobbiamo creare l’ambiente stesso dell’accoglienza”. Di “umanizzazione del sistema” e “diritto alla felicità” parla anche il presidente Cncm, Giovanni Fulvi, il cui intervento finale è anche il più commosso. “Tanto è stato fatto – sostiene il presidente – ma molto resta da fare” su un tema che richiede prima di tutto che “si faccia cultura”: a partire, magari, da sempre più frequenti iniziative nelle scuole.

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Probabilmente però il vero cuore della manifestazione è negli interventi di due giovani, da poco maggiorenni, che sono stati ospitati dalla cooperativa Prospettiva e dal consorzio Il Nodo in due comunità di prima accoglienza, per poi essere trasferiti in una comunità alloggio.

Le storie

La testimonianza di Hannah Mingirdi è potente sin dall’inizio: “Oggi mi vedete con un sorriso, ma ci sono volute milioni di lacrime”. Racconta di aver lasciato la Nigeria non solo per la situazione del Paese ma anche per quello che cercano tutti i giovani: “Volevo studiare e raggiungere i miei sogni”. Il suo percorso è passato tuttavia per un incubo noto a molti dei migranti africani e chiamato Libia. “Orribile – racconta Hannah a PrimepaGine – un posto disumano. Non so se la gente lì è diversa o ha un’altra mentalità. Ti trattano in modo orribile, non sei niente. Persino quelli che vengono dal mio stesso Paese si comportano malissimo. La gente viene lasciata morire e non importa niente a nessuno”. Nel corso del convegno, Hannah legge una poesia che descrive con immagini vivide il viaggio, la sofferenza, la fame, il caldo, il freddo, infine lo spiraglio di speranza che l’ha condotta da un inferno, prima di sabbia e poi d’acqua, fino al paese che l’ha accolta dieci mesi fa.

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Hannah Mingirdi

Da due anni e quattro mesi invece si trova in Italia Ibrahima Diallo, 19enne di origine guineana. La sua è una storia particolare rispetto a quella di altri suoi coetanei: il suo viaggio è stato relativamente breve (due settimane) e soprattutto voluto più dalla famiglia che da lui. Circostanza, questa, che ha lasciato Ibrahima più “seccato” che contento. Salvo poi capire che i suoi cari “l’hanno fatto per il mio bene”. Sin da piccolo coltiva la passione per l’informatica e spera un giorno di potersi laureare (“Per lavorare sulle IA”, scherza durante il convegno).

Intervistato da PrimepaGine, lancia un monito ai politici: “Devono fare attenzione, perché certi messaggi possono arrivare anche ai bambini. E l’odio di razza non va bene – prosegue Ibrahima – perché siamo tutti uguali”. Infine un appello anche ai suoi coetanei: “Non fate casino, date sempre il meglio. Studiate, lavorate, applicatevi e coltivate le vostre passioni. Questa è la cosa migliore”.


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