Qualcuno disse che le scuole non sono altro che un ammasso di mediocri che si riuniscono intorno a un solo, grande genio. Nel tentativo, peraltro goffo, di imitarlo. Ma ci sono geni, in politica e in arte, che diventano così grandi e originali da rimanere senza seguaci. Perché lo stile si può replicare. La personalità, con buona pace dei cultori dell’età della tecnica, ancora no.

La solitudine dei numeri primi colpisce in modo impietoso Fabrizio De André. Lo commemoriamo per il ventennale dalla morte – avvenuta l’11 gennaio 1999 per malattia – e facciamo a gara per chi lo debba fare con i toni più magniloquenti e commossi. Ne approfittiamo per riascoltare i brani che l’hanno innalzato a cantautore fra i più grandi del suo tempo, dal popolarissimo “Bocca di rosa” (1967) a “La canzone di Marinella” (1968), passando per testi più sofisticati come “La ballata dell’eroe” (1961) e “La guerra di Piero” (1964). Ne approfittiamo anche per stabilire come, se vivesse oggi, De André sarebbe considerato alla stregua di un vero e proprio poeta. Magari candidabile al Premio Nobel per la Letteratura proprio come uno dei suoi riferimenti, il menestrello per eccellenza ovvero Bob Dylan.

Anzi, a maggior ragione: perché Faber – soprannome datogli dall’amico di una vita, Paolo Villaggio – è stato sotto certi aspetti superiore anche al suo “maestro”. Forse non nel virtuosismo strumentale, dacché si avvaleva solo della chitarra e di una voce dal timbro profondo e riconoscibile. Di certo, però, nella qualità dei testi. De André era un intellettuale, prima che un musicista, ed era molto colto. A livelli imbarazzanti per molti intellettuali di professione dei nostri giorni. È stato il vero artefice – più della storica traduzione di Fernanda Pivano – del successo in Italia dell'”Antologia di Spoon River” (1915). La raccolta poetica dello statunitense Edgar Lee Masters, narrando le storie di uomini comuni ma dalla vita ricca di rimpianti, si sposava sin troppo bene con la visione di De André. Il quale l’omaggia nel suo quinto album, “Non al denaro non all’amore né al cielo” (1971). Cita i romanzieri sudamericani del realismo magico in singoli come “Sally” (1978). Dal poeta medioevale François Villon trae l’ispirazione per il suo modello preferito di canzone: la ballata, capace di coniugare le esigenze musicali con la sua insopprimibile vena narrativa.

Perché De André è stato, per l’appunto, un narratore di storie. Storie talvolta grandi, come la morte di Pier Paolo Pasolini – “Una storia sbagliata”, 1980 – o addirittura le crociate – “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”, 1963. Storie tuttavia, il più delle volte, piccole. Anzi, misere. Storie di prostitute, di emarginati, di poveri matti, in generale di esclusi dalla società italiana del boom economico. De André esordiva in Tv nel 1963 in occasione del varietà Rendez-vous, cantando “Il fannullone”, favola di un uomo che rifiuta con orgoglio di adattarsi alla vita convenzionale dei buoni borghesi inquadrati. Un altro artista avrebbe provato a presentarsi in un modo più soft e cercato la captatio benevolentiae verso un pubblico incapace di identificarsi con una figura simile. Altri artisti sarebbero stati più cauti nello schierarsi su temi come l’omosessualità – “Andrea”, 1978 – e l’aborto – “Rimini”, 1978.

Altri, non artisti, ma uomini in generale non sarebbero riusciti a perdonare, come lui, i suoi carnefici. Il 27 agosto 1979 in Sardegna De André e la moglie Dori Ghezzi sono rapiti da criminali locali. Liberato il 20 dicembre, durante il processo si rivarrà solo contro i mandanti del sequestro, lasciando perdere gli aguzzini. Anche qui, perché quelli erano ricchi e questi, invece, poveri. Nel 1991 addirittura firmerà la domanda di grazia verso uno di loro. È vicino ai comunisti ma si dirà grande ammiratore di Gesù Cristo: “Il più grande rivoluzionario di tutti i tempi“. Gli dedica “Si chiamava Gesù” (1967) e “La buona novella” (1970), suscitando disorientamento e qualche polemica. Ammirare la figura del Messia cristiano, sebbene spogliata del suo carattere religioso, significava un favore al “nemico”. Poco importa che De André, di nemici, non avesse che la sua stessa malinconia.

La domanda su cosa direbbe dell’attualità italiana se fosse ancora vivo è semplicemente stupida. È ovvio che Faber sarebbe a favore dell’accoglienza ai migranti e dei diritti civili. Così come contro il populismo social e il capitalismo. Oggi combatterebbe le stesse battaglie culturali che combatteva al suo tempo. E, forse, non verrebbe nemmeno ascoltato. Perciò non dobbiamo essere ipocriti e innalzarlo all’idolo che non fu e non volle essere. Non c’è una ragione ragionevole perché si debba consigliarne l’ascolto alle nuove generazioni. Di lui, resta l’impressione di un uomo che ha saputo valorizzare al massimo le opportunità offerte da un’intelligenza, un talento e una sensibilità fuori dal comune. Col finto rimpianto di non aver mai visto nascere stuoli di mediocri pronti a raccoglierne l’eredità.

Alessandro Fasanaro

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