Da due decenni l’Italia, o almeno una sua parte, attende di conoscere la verità sulle stragi di mafia del 1992-93, fra cui quella di via D’Amelio. E oggi si sorprende nello scoprire come uno dei primi ostacoli a questa ricerca possa esser stato anche il più insospettabile.

Due ex pm in servizio nel pool che indagò sulla morte di Paolo Borsellino (19 luglio 1992) sono indagati per depistaggio proprio nell’inchiesta sul terribile attentato di via D’Amelio a Palermo. Si tratta degli allora pm di Caltanissetta, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, per i quali il procuratore di Messina, Maurizio De Lucia, ipotizza il reato di concorso in calunnia aggravato, in tutti i sensi, dall’aver favorito Cosa nostra. In concorso con i tre poliziotti sotto processo a Caltanissetta – Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo -, Petralia e Palma avrebbero messo in atto una serie di depistaggi sulla strage che ha causato la morte del magistrato Paolo Borsellino e dei cinque uomini della sua scorta.

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Il depistaggio, definito addirittura «clamoroso» nella sentenza di primo grado del processo Borsellino quater, si sarebbe concretizzato con la calunnia. Stando agli inquirenti, i magistrati e i poliziotti avrebbero causato l’ergastolo a sette innocenti usando le rivelazioni di tre falsi pentiti, ai quali sarebbe stato chiesto di mentire e accusare dell’attentato persone che non c’entravano per nulla. Nella fattispecie, le vittime sono Cosimo Vernengo, Gaetano La Mattina, Gaetano Murana, Gaetano Scotto, Giuseppe Urso e Natale Gambino. Uno di questi pseudo-collaboratori di giustizia è Vincenzo Scarantino, arrestato il 29 settembre 1992 e auto-accusatosi di aver partecipato all’attentato per poi negare tutto nel 1998. Il dibattito sulla sua credibilità o meno ha avuto una schiarita nell’ottobre 2011, quando il pentito Gaspare Spatuzza confermava l’estraneità di Scarantino su quanto accadde in via D’Amelio.

depistaggi
Annamaria Palma

L’aspetto più grave della vicenda è che dalla messinscena contestata ora ai magistrati è derivata una condanna a una pena superiore ai 20 anni. A Palma e Petralia è stato notificato un avviso di accertamenti tecnici irripetibili dalla Procura di Messina, che indaga in quanto è coinvolto un magistrato in servizio a Catania. Infatti oggi Carmelo Petralia, già ex capo della Procura di Ragusa, è procuratore aggiunto a Catania. Invece Annamaria Palma è attualmente avvocato generale a Palermo.

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Lo sviluppo clamoroso di oggi di fatto è rilevante soprattutto perché segnala nomi e cognomi – i primi? – di un depistaggio la cui esistenza è nota nelle sue finalità dalla relazione conclusiva dell’Antimafia della Regione siciliana (Ars). Nel rapporto di 78 pagine diramato nel dicembre 2018 si sottolineava come l’intento dei suoi autori «non fosse solo garantire impunità a taluni esecutori e mandanti – si legge – ma anche offrire una lettura riduttiva dell’attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: una questione di mafia, magari solo una vendetta di Cosa nostra nei confronti del giudice Borsellino». Nel corso dei processi Borsellino 1, bis e ter era emersa una sospetta divergenza tra i pm Francesco Paolo Giordano e, per l’appunto, Carmelo Petralia su uno dei punti interrogativi della vicenda: l’interrogatorio di Paolo Borsellino mai avvenuto nei 57 giorni intercorsi tra la strage di Capaci e la sua morte.

Giordana afferma che l’interrogatorio era stato fissato il 20 luglio 1992, proprio il giorno successivo alla strage di via D’Amelio. Petralia, invece, affermava di non saperne assolutamente nulla e si appoggiava in ciò sulla testimonianza del maresciallo Carmelo Canale, oggi maggiore, uomo vicino proprio a Borsellino. Lo stesso uomo al quale la vedova Borsellino, Agnese, avrebbe donato la valigetta del magistrato. Canale nel settembre 1992 a sua volta l’ha donato al «museo della legalità» aperto lo scorso 3 settembre presso la Legione dei carabinieri di Palermo. Solo che, dentro, non si è trovata l’agenda rossa.


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