Su verità e menzogna: il titolo di un famoso saggio di Nietzsche sembra aderire bene a quanto accade nel racconto del processo sulla trattativa Stato-mafia. Con il racconto dei media che spesso non coincide con quanto si rileva dalle carte processuali.

L’ultimo capitolo di questo strano gioco del telefono senza fili si è celebrato in occasione dell’udienza di venerdì scorso a Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Chi non può recarsi in tribunale e giustamente si affida ai report dei giornali, e soprattutto di quelli più autorevoli, ha ricavato che in sintesi sarebbe accaduto questo: i pm avrebbero sbugiardato Massimo Ciancimino e stralciato il suo ormai famoso “papello” – il documento con le richieste di Totò Riina allo Stato per fermare le stragi – come un falso, inutile come prova. Insomma il processo del secolo sarebbe – secondo i giornali –  una specie di montatura, basata su un’opera di fiction degna di un buon serial televisivo. Una colossale bolla di sapone destinata a scoppiare da un momento all’altro. Ma la realtà è ben diversa.

Ora, fermo restando che è speranza di tutti che il processo si concluda presto, è speranza molto più ragionevole che si concluda bene: ovvero, con l’accertamento della verità dei fatti intercorsi in quegli anni oscuri. Un buon viatico perché ciò accada sarebbe spiegare cosa avviene effettivamente nelle aule e non confondere la semplificazione con la distorsione. Tutta questa premessa noiosa è per dire che i giudici della Corte di Palermo non hanno affatto dichiarato la falsità del “papello“.

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Massimo Ciancimino

Hanno solo ribadito un ragionamento già svolto nella precedente sentenza di primo grado, in cui si riconosceva anzi che non sono emersi “segni evidenti e certi di falsificazione di manipolazione” e che il documento, “a parere degli esperti che lo hanno esaminato, potrebbe trattarsi della fotocopiatura di un documento originale eseguito con toner in uso sino alla metà degli anni Novanta“. Insomma, il “papello” consegnato da Ciancimino non sarebbe il manoscritto originale, intriso dell’inchiostro della penna di Riina, ma una sua riproduzione. Oltretutto il suo contenuto non sembra nemmeno contestabile, perché “corrisponde effettivamente alle richieste che sarebbero promanate dai vertici mafiosi“. Da qui a dire che si tratterebbe di un racconto di fantascienza, come riportano le testate, ce ne vuole.

Sicuramente i cronisti avranno confuso le considerazioni dei giudici sul “papello” con quelle sullo stesso Ciancimino in qualità di teste. Infatti il figlio di Vito Ciancimino non sarebbe considerato attendibile per via di molte incongruenze e falsità nelle sue dichiarazioni. Se a ciò si aggiunge che non è riuscito a spiegare in modo chiaro il modo in cui è venuto in possesso del documento, né perché abbia tardato tanto a consegnarlo all’autorità giudiziaria, la semplice prudenza ha suggerito ai giudici di non prendere in considerazione il testo, a prescindere dalla sua effettiva autenticità. Che l’abbia scritto Riina stesso o qualcuno in sua vece – non si è mai stabilito -, semplicemente il documento non aggiunge né toglie nulla a quanto già si sapeva sulle richieste dei capi di Cosa nostra allo Stato.

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Nella stessa udienza di venerdì si è tornati su un altro dei grandi misteri di quegli anni, su cui si è fantasticato tanto: la mancata perquisizione del covo di Riina dopo il suo arresto, il 15 gennaio 1993. Se n’è ricavata una ricostruzione inquietante, con i militari del Ros che avrebbero sorvegliato l’ingresso principale dell’abitazione e tralasciato l’uscita secondaria, “tanto che la famiglia di Riina ha potuto abbandonare il complesso senza essere vista”. L’abbandono successivo del sito, senza che avvenisse alcuna perquisizione, sarebbe stato un “segnale lanciato alla controparte, un segnale di disponibilità a riprendere il filo di quel dialogo“. Rappresentanti dello Stato, insomma, hanno provato a ingraziarsi così la corrente mafiosa di Bernardo Provenzano, considerato un interlocutore più “accomodante” rispetto allo stragista Riina. Tra l’altro, per gli amanti degli aneddoti coloriti, i giudici sottolineano come la mancata perquisizione “suscitò interrogativi” persino presso gli ambienti di Cosa nostra: “in quanto si apprese che invece, in quello stesso giorno del 15 gennaio, era stata perquisita la casa di Biondino” ovvero dell’autista del boss.

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Oscar Luigi Scalfaro

Un passaggio molto pesante riguarda l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, scomparso nel 2012. Questi sarebbe stato “reticente” di fronte ai pm in merito alla questione dell’avvicendamento al vertice del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap). È pacifico che la sostituzione dell’allora direttore Nicolò Amato in favore di Adalberto Capriotti “deve, con certezza, ricondursi alla volontà del Presidente Scalfaro“. Eppure il diretto interessato ha dichiarato di non “sapere nulla”. Una dimenticanza che i giudici hanno benevolmente attribuito soltanto al “lungo tempo trascorso” e a “patologie dovute all’età avanzata“. La questione del cambio di direzione del Dap non è di poco conto, perché fra le richieste di Riina allo Stato c’era notoriamente anche l’ammorbidimento del regime carcerario. A ciò si collega una relazione della Dia dell’agosto 1993, firmata da Gianni De Gennaro, in cui si parla esplicitamente di “trattativa“, fino a citare l’ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso, il quale avrebbe coltivato “una speranziella sottesa” di favorire la cessazione delle stragi. Come? Non prorogando oltre 300 misure cautelari di 41 bis.

Siamo in definitiva ben oltre la fiction da romanzo d’appendice. Bisogna chiedersi che film stiano guardando quei cronisti che continuano a sottovalutare quanto emerge a ogni udienza. Perché, a che gioco stiano giocando, lo sappiamo già: come detto prima, il telefono senza fili.


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