Per molti aspetti, si potrebbe parlare di questo “Non ci resta che il crimine” come un ideale remake o reboot del classico “Non ci resta che piangere” (1984). Soprattutto in questa epoca, in cui quasi tutto diventa sequel o remake o reboot di qualcos’altro. Si potrebbe ma non lo faremo. Sarebbe fin troppo facile, nonostante la chiara ispirazione a quella commedia con i grandissimi Benigni e Troisi.

È molto più corretto parlare di dignitoso omaggio a quella commedia che fu. Ma, allo stesso tempo, il film diretto da Massimiliano Bruno cavalca l’onda della new wave della commedia italiana che sta pian piano rinascendo – in termini più di incassi che di qualità. Forma e contenuto riprendono tutti i principali stilemi del genere, anzi dei generi, che “Non ci resta che il crimine” riesce a toccare, sfornando di fatto un ibrido che unisce la commedia al poliziottesco italiano. Ben oltre il semplice impianto parodistico, giacché la Banda della Magliana è sì viva e vegeta, ma rimane comunque sullo sfondo di un ben più preciso buddy movie in cui l’alchimia tra il cast è la principale forza motrice del film stesso. Il quale però ha moltissime pecche su troppi fronti.

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Una delle scene topiche del film

Tre amici d’infanzia devono trovare il modo per dare una svolta concreta alle loro vite. Chi cerca un lavoro, chi cerca confidenza con sé stesso. E, dopo un fallimentare ed improbabile tour nella Roma criminale, trovano un portale che li trascina indietro nel tempo. Più precisamente nel 1982, l’anno dell’Italia che si accinge a diventare campione del mondo di calcio per la terza volta. È tuttavia anche la Roma della famigerata Banda e il caso vuole che i tre protagonisti si imbattano per errore in Enrico De Pedis, detto Renatino – interpretato da un magistrale Edoardo Di Leo, nota più che positiva del film. E così il trio composto da Marco Giallini, Gianmarco Tognazzi e Alessandro Gassman dovranno riuscire a trovare il modo di fuggire dalle sue spietate grinfie. Possibilmente, anche di ritornare nel futuro.

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Gli intenti di Massimiliano Bruno, regista e co-sceneggiatore insieme a Nicola Guaglianone – già coautore di “Lo chiamavano Jeeg Robot” (2016) – sono più che validi. Purtroppo la loro riuscita non è del tutto soddisfacente. Nonostante una buonissima regia, con le zoommate classiche da film di genere italiano, “Non ci resta che il crimine” presenta lungaggini e diluizioni che rallentano troppo il ritmo del film. Un finale tanto adrenalinico quanto sudato. Un secondo problema, decisamente non di poco conto, è legato all’assenza di momenti memorabili o comunque ad effetto. Forse soprattutto a causa del trailer, che tende a svelare troppo presto alcuni dei momenti migliori della pellicola.

Sarebbe eccessivo parlare di occasione mancata. “Non ci resta che il crimine” saprà attirare il pubblico ma delude soprattutto dal punto di vista delle gag, troppo banali e scontate. L’ottima alchimia che si crea tra tutto il cast – che vede la presenza anche di una brava Ilenia Pastorelli – non riesce quindi a mascherare questi e i problemi già citati. Il finale aperto si presta moltissimo a un sequel che, nonostante tutto, speriamo di vedere. Anche perché bisogna saper rischiare, per dare vitalità al cinema italiano.

Lorenzo Pietroletti


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