Un vecchio detto siciliano – citato anche da Leonardo Sciascia – dice “N’capu a lu re, c’e lu viceré“. Tradotto e spiegato: in politica, così come in altri contesti, non comanda mai davvero chi è in cima alla piramide. E che, anzi, chi si trova in posizione leggermente subalterna si trova dotato di responsabilità e poteri di cui lo stesso re ignora l’esistenza.

Così sarebbe stato per Richard “Dick” Cheney, il “Vice” che dà il titolo all’ultimo film di Adam McKay – “La grande scommessa” (2015) – e arrivato anche in Italia lo scorso 3 gennaio. Un biopic dedicato a colui che fu, per l’appunto, vicepresidente degli Usa durante l’amministrazione di George W. Bush. Parliamo del periodo 2001-09 ovvero di quello forse più decisivo nella storia contemporanea, iniziato col il crollo delle Torri gemelle nel fatale 11/9. Una fase politica e militare in cui le sue scelte sono state tanto decisive da guadagnarli, a tutti gli effetti, il titolo di uomo più potente del mondo. La sua esperienza ha tuttavia radici lontane: la sua esperienza presso la Casa bianca iniziava infatti al tempo di Richard Nixon.

Vice
Dick Cheney
Cheney fra tanti

“Vice” contiene due degli elementi ricorrenti nella mitologia americana del potere. Almeno, per quanto riguarda la trasposizione cinematografica. Si parte dalle solite, americanissime, origini umili: una gioventù in Wyoming un po’ scapestrata e un’esperienza come operaio elettrico. C’è un po’ di esagerazione, poiché quella di Cheney era una famiglia benestante. Forse anche un po’ di licenza poetica nel tratteggiare la moglie Lynne Ann (Amy Adams) come la Lady Macbeth che già a vent’anni prevede e pianifica il brillante futuro del coniuge. Ma non importa, è cinema, non storia. Il secondo topos sotteso a “Vice” è l’illustrazione del dietro le quinte del potere, incentrate sulla figura dell’uomo nell’ombra. L’abbiamo vista negli scorsi anni anche in “J. Edgar” (2011) di Clint Eastwood e ancor prima in “The Good Shepherd” (2006) di Robert De Niro. Non a caso, rispettivamente un biopic sul direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover e un thriller sulla storia della Cia. E viene da chiedersi come abbiano fatto questi e molti altri uomini che agiscono nell’ombra a non confliggere tra loro.

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Un personaggio degno di Shakespeare

Complottismi a parte, la pellicola di McKay si inserisce appieno nella morale ricorrente nel genere. Nel racconto, cioè, della contraddizione del potere: da un lato, capace di decidere le sorti dell’umanità; dall’altro, capace di disumanizzare chi lo detiene. Come la farfalla ignara di scatenare, col suo battito d’ali, un terremoto dall’altra parte del mondo, il Cheney di “Vice” non pare del tutto consapevole delle conseguenze delle sue azioni. Alcune di queste, come i maneggi sulle informazioni relative ad Al-Qaeda, capaci di scatenare guerre con milioni di morti. Il suo mix di patriottismo e cinismo consegnano un personaggio, in effetti, più simile al protagonista di una fiction come “House of Cards” che all’epigono della Realpolitik made in Usa.

In tutto questo discorso, dimentichiamo il film. La qualità è indubbiamente alta, per ritmo, messa in scena, scrittura e interpretazione. Diciamo di aver avuto la sensazione di aver visto un candidato alla vittoria nei prossimi Oscar. Favoritissimo alla vittoria finale come attore protagonista è Christian Bale. Per l’ennesima volta, l’attore gallese dimostra di essere l’erede di Robert De Niro. Un trasformista, sia sul piano fisico – vedere per credere – che su quello dell’immedesimazione. Rischiate seriamente di non riconoscerlo. Una menzione anche per Steve Carell, qui nel ruolo di Donald Rumsfeld – ex-segretario della Difesa. Il popolare comico dimostra di essere molto convincente anche in ruoli drammatici. Ancora una sorpresa, per un film già di suo capace di stordire anche lo spettatore abituato a tutto. Compresi i giochi geopolitici.

Alessandro Fasanaro


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