Sessant’anni servono, purtroppo, a troppe cose. Anche a dimenticare il talento di Carlo Emilio Gadda e l’eccezionalità della sua opera più nota.

Roma, 1927. Un ricco palazzo in via Merulana 219 subisce due colpi nel giro di breve tempo: prima, un furto di preziosi ai danni di un’anziana contessa; dopo, un brutale omicidio ai danni di Liliana Balducci, moglie (infelice) di un uomo d’affari. Solo una coincidenza? A indagare sarà il commissario Francesco Ingravallo, molisano un po’ rude ma abile nel mestiere. Avrà a che fare con la romanità del tempo, in tutte le sue sfaccettature: un piccolo manicomio retto da un equilibrio tanto invisibile da essere, forse, persino inesistente.

Il giallo imperfetto

Il morto ammazzato e l’indagine poliziesca non bastano perché il romanzo più famoso di Carlo Emilio Gadda sia inserito ufficialmente nel novero dei cosiddetti gialli. Troppo bello, troppo complesso, troppo di tutto per appartenere a un genere letterario di norma snobbato dai critici più raffinati. Così tutte le introduzioni/prefazioni/recensioni – quelle che tanto non leggerete mai – a “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” (1957) reciteranno in coro il medesimo mantra: siamo di fronte a un finto giallo, una trappola per gli ingenui, un libro – l’ennesimo, dalla Bibbia in poi – da non intendersi alla lettera ma da interpretare con la chiave giusta. Tale è la condanna dei romanzi di genere, per cui, se ben fatti, essi non possono essere davvero di genere, ne sono strappati come le perle dalle ostriche.

La Terra di mezzo

Eppure se si considerasse quanto ci insegnano i maestri del giallo, ossia come il vero soggetto dei loro libri non sia il delitto bensì la società che lo rende possibile, allora il romanzo di Gadda non sarebbe un giallo solo vero, ma anche meraviglioso. In esso, infatti, domina sovrano il ritratto quasi antropologico della Roma fascista, quale coacervo di conflitti, egoismi e omertà. Un demi-monde di corruzione nel quale non si salva nessuno e il male, più che un incidente rispetto all’ordine prestabilito, coincide forse con l’ordine stesso. Sorprende la datazione del romanzo all’immediato dopoguerra; potrebbe benissimo essere stato scritto oggi. Se non fosse, beninteso, per l’assenza oggigiorno di autori di tanta levatura.

La grammatica è un’opinione

Al di là delle disavventure di Ingravallo, a dare spettacolo in questo Pasticciaccio è indubbiamente lo stile della scrittura. Per realizzare, in qualità di milanese doc, la sua storia romanesca, Gadda fa come Alessandro Manzoni: s’inventa una lingua nuova, che non somiglia né all’italiano né ai dialetti pur assumendone alcune caratteristiche e soprattutto risultando, nonostante tutto, comprensibile. Invenzioni lessicali, iperboli, salti da un registro all’altro, citazionismi esasperati e persino sgrammaticature fatte ad arte per ottenere studiatissimi effetti costituiscono insieme un otto-volante da cui il lettore scenderà solo o quando finirà il libro o per riprendersi dal mal di testa. Chi lo facesse per questa seconda ragione non sarebbe da incriminare.

Gadda
Ed. Adelphi 2018

Questo apparente caos, in ultimo efficace a restituire alla lettura tutta la complessità di colori, suoni e persino odori e sapori dell’epoca, non è comunque solo forma, ma anche contenuto del libro. È al tempo stesso la causa e la soluzione del mistero occorso presso la celebre via romana, metafora di un enigma molto più grande. Ovviamente chi fosse interessato alla classica ricerca del colpevole capirebbe presto di aver sbagliato libro. Ma chi sbagliasse un libro come questo, prima dovrebbe aver sbagliato molte altre cose.

Può quindi uno dei grandi capolavori della letteratura italiana essere solo un giallo? No: deve esserlo.

Alessandro Fasanaro

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