Dici Anna Frank e subito ti vengono in mente il suo “Diario” e il contrasto tra l’innocenza della sua persona e il destino a cui dovette soccombere. In altre parole, ti viene in mente il simbolo più fulgido di una crudele tragedia storica.

Eppure nella realtà dei fatti potrebbe trattarsi anche di un simbolo costruito secondo una certa convenienza e per nulla rispettoso della veridicità storica. È l’idea decisamente controcorrente avanzata da Cynthia Ozick, oramai una decana della letteratura statunitense, autrice di libri di successo come “Il Messia di Stoccolma” (1987) e “Lo scialle” (1989). Nata a New York da una famiglia ebraica di origine russa, l’anno scorso ha compiuto 90 anni ed è quindi coetanea proprio della sfortunata Anna – morta nel febbraio 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Le dedica “Di chi è Anne Frank?”, saggio apparso nel 1997 e riproposto oggi più giustamente che mai, vista la sua rara mancanza di banalità.

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Ozick non ha remore nel sostenere come sul “Diario” sia stata praticata nel tempo una lettura del tutto sbagliata. Punta il dito soprattutto contro l’immagine “buonista” affermatasi intorno ad Anna Frank e al suo modo di vivere le tremende vicende che hanno coinvolto lei e la famiglia. Un’immagine penetrata anche nelle trasposizioni teatrali e filmiche – il riferimento è in particolare a “Il diario di Anna Frank” (1959) di George Stevens. Lamenta la riduzione di Anna a una ragazzina buona che andava vivendo il dramma con un ottimismo, sotto lo slogan “Nonostante tutto, tuttavia credo nell’intima bontà dell’uomo”. Una visione “infantile, americana, uniforme, sentimentale” ma non rispettosa dei sentimenti descritti nel “Diario”, improntati sulla paura.

Frank
Ed. La nave di Teseo 2019

“Credere che il Diario sia ‘una canzone per la vita’ significa crogiolarsi in una mostruosa innocenza”: così Ozik invita a non ridurre il ricordo della Shoah a un mero esercizio di memoria sentimentale in senso disneyano. Così come a non cercare né in Anna né in altri delle icone da venerare o addirittura degli eroi dietro cui ripararsi e scongiurare lo sforzo di una riflessione comune sulla Storia.


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