Dal Clan Cappello al Caso Ciancio, Cosa Nostra raccontata dal componente del Csm Sebastiano Ardita 

Cosa Nostra, Cosa Vostra

Venerdì scorso, presso la libreria Catania Libri, si è tenuta la presentazione del libro “Catania 1945-1963” del magistrato Giovanni D’Angelo. Alla kermesse hanno partecipato anche l’avvocato penalista Enzo Trantino e l’ex procuratore aggiunto a Messina, poi a Catania, Sebastiano Ardita, che dal 24 settembre scorso siede tra i banchi del Consiglio superiore della magistratura (Csm).

Un’atmosfera calda e familiare, un pacato e cordiale confronto tra i protagonisti delle più importanti vicende giudiziarie che hanno coinvolto la città etnea.

Dalla politica all’informazione: l’intervista a Sebastiano Ardita 

Consigliere, da circa un mese e mezzo siede tra i banchi del Csm. Innanzitutto come si trova?
“Mi trovo molto bene. È un’attività diversa rispetto alle funzioni giurisdizionali e nella quale si fa un po’ la sintesi di molte esperienze professionali: si conosce più a fondo il mondo della magistratura, pensando anche a migliorarne alcuni aspetti interni”.

Nei giorni scorsi il rapporto tra politica e magistratura è stato al centro delle polemiche a causa di alcune critiche mosse dal M5s che lamenta un Csm troppo politicizzato. Lei cosa risponde?
“La Costituzione stabilisce come è formato il Csm, chi può essere eletto o nominato dal Parlamento. Per una mediazione che risale alla nascita della Repubblica, un terzo dei componenti sono laici: questo serve per mitigare l’autogoverno della magistratura. Un problema diverso è il correntismo, la presenza di gruppi all’interno della magistratura. Finché tali gruppi sono portatori di modi di intendere la funzione giudiziaria va bene, se diventano portatori di interessi più forti non va bene”.

Critiche anche per l’elezione di David Ermini (politico italiano ed ex esponente del Pd) come vicepresidente del Csm
“Queste sono valutazioni fatte da esponenti politici. All’interno del Consiglio superiore ci sono state opinioni diverse sulla scelta del vicepresidente: io non l’ho votato, ma rispetto chi l’ha votato. Dopodiché, è il presidente di tutti e si va avanti”. 

Fa parte del meccanismo democratico?
“E certamente”

Il panorama mafioso catanese: il volto imprenditoriale di Cosa Nostra

Il Clan Cappello – al centro dell’operazione Gorgoni,  posta in essere dalla Dia di Catania tra la Sicilia e le Marche e conclusa lo scorso novembre 2017, con cui sono stati colpiti 16 soggetti tra cui alcuni imprenditori operanti nel settore dei rifiuti e pubblici amministratori considerati vicini alle compagini mafiose dei Cappello-Bonaccorsi e dei Laudani ndr – costituisce articolazione del clan Santapaola?
“Il clan Cappello ha una storia: a Catania esistono molti gruppi mafiosi, ma questi non sono il frutto dell’anarchia delle organizzazioni criminali, c’è una storia molto precisa. Tutto ha inizio negli anni ’70, quando, dopo Giuseppe Calderone, una serie di uomini d’onore non accettano la nuova leadership di Nitto Santapaola e decidono di uscire da Cosa Nostra. Tra questi c’è anche Salvatore Cappello che insieme ad altri uomini d’onore crea dei gruppi che diventano poi essi stessi esponenziali di realtà criminali importanti. Ecco come nascono i Cappello, i Pillera, i Bonaccorsi e i Laudani”

Si può dire che le regole sociali, per un determinato periodo, non le ha impostate lo Stato ma la mafia?
“La mafia è un reato di cui l’art 416 bis cp, ma è anche una realtà che vive sbriciolata nella società. Cosa Nostra è una subcultura, un modo di essere, una realtà inafferrabile. Il paternalismo, l’idea di non dover recar dispiacere a chi, in qualche modo, ci ha fatto un favore. Ecco, questo è un modo di pensare che favorisce la mafia”.  

Caso Ciancio: lo sviluppo di una città dipendente dalla mafia.

Il sequestro di 150 milioni di euro di cui è stato destinatario Mario Ciancio Sanfilippo, ex direttore de La Sicilia, non è sintomo della massima forma di collusione con la mafia?
“Le rispondo senza entrare nel merito di un processo che deve essere svolto. Naturalmente, i fenomeni pù gravi sono quelli che attengono a rapporti tra questi e realtà imprenditoriale, politica e istituzionale. Cosa Nostra vive delle grandi coperture che i soggetti imprenditoriali hanno garantito nel nostro territorio. La mafia catanese si caratterizza per questo: per la capacità di entrare in relazione con chi comanda. Quando si parla di Catania, ci si dimentica di un passato molto diverso rispetto a quello attuale, che si dipana in una rincorsa al peggio: dalla morte di Giuseppe Fava ai nostri giorni in cui la classe politica e imprenditoriale è sempre sotto processo. La città che fu di Antonino di Sangiuliano e Giuseppe De Felice Giuffrida, oggi è una città abbandonata a se stessa nella quale chi è più forte è sempre più potente e chi è più debole, invece, non riesce a veder tutelati i propri diritti. A Catania non esistono figure davvero al di sopra delle parti

Che ruolo ha l’informazione nella lotta alla mafia?
“L’informazione ha un ruolo fondamentale. L’informazione è tutto. È la comunicazione, è lo strumento per rendere le persone libere di fronte ai fenomeni criminali. Catania è una città nella quale, purtroppo, la mancanza di informazione l’abbiamo pagata ad altissimo prezzo. E soltanto con la presenza di giovani e dei siti internet si è arrivati a compensare la mancanza di un’informazione realmente policentrica, poliedrica, reale, diffusa, che in città è mancata perché c’è stato solo un quotidiano, La Sicilia, e nessuno ha osato mettere i piedi a Catania”. 

Gabriele Patti

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