Immigrazione, povertà e informazione. Questi i temi a cui, tra un’accusa e l’altra, il Governo nazionale sembra dedicare la maggior parte delle energie. Una scelta politica, e in quanto tale, certamente legittima. Ma proprio la natura politica rende la scelta facilmente contestabile: se non nel merito – immigrazione e povertà esistono e vanno affrontati -, sicuramente nei toni e nelle modalità. Sin dai primi anni delle elementari, la maestra mette alla prova gli alunni sottoponendoli a domande le cui risposte, per poter essere date, necessitano di un ragionamento logico-induttivo che valuti causa ed effetto. Una volta individuate, sarebbe buona norma agire sulla causa per rimuovere il possibile e conseguente effetto negativo che dalla causa potrebbe derivare. O almeno è quello che insegnano a scuola.

Così, se l’immigrazione e la povertà sono gli effetti, il Governo dovrebbe comprendere quale sia la causa e agire su di essa. Sembra, invece, che all’esecutivo gialloverde siano sfuggiti un paio di anni scolastici. Per intenderci, se l’immigrazione pullula, se giovani ragazzi e ragazze senegalesi, libici e algerini riempiono i semafori del Belpaese propinandoci fazzoletti, accendini, o ancora, accostando al parabrezza la spazzola lavavetri ci costringono a fermare il veicolo, e spesso a discutere, qualcuno lo avrà permesso, qualcuno li controllerà. E chi? Discorsi triti e ritriti la cui conclusione è sempre la stessa: la mafia. Ma nessuno sembra accorgersene.

In questo Paese, prima di provare a risolvere qualunque problema, o qualunque fatto percepito come tale, bisognerebbe combattere Cosa Nostra; con fatti, parole e con gli stessi toni con cui si attaccano i migranti o i giornalisti. Si dovrebbe comunicare che il nemico è la mafia, non altri. In questo Paese è possibile assistere all’umiliazione dell’intera classe giornalistica, ma non della mafia. Perché non insultare Cosa Nostra allora. Esser mafioso sarà più grave di essere giornalista. O forse no? Bisognerebbe chiederlo a Mario Ciancio, imprenditore ed ex direttore de La Sicilia, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, nell’ambito del processo che oggi vedrà testimoniare i pentiti Brusca, La Causa e D’Aquino.

Chi è Mario Ciancio Sanfilippo
Discendente per via paterna dei baroni Ciancio di Adrano (Ct), figlio dell’avvocato Natale Ciancio e nipote di Domenico Sanfilippo, nasce a Catania il 29 maggio 1932. Laureato in giurisprudenza nel 1955, con una tesi sul diritto ereditario, non intraprende l’attività forense, e lo zio Sanfilippo lo avvia al giornalismo nel suo quotidiano. Morto lo zio, nel 1976 diviene direttore responsabile della testata ed eredita il totale controllo dell’azienda editoriale La Sicilia. Anche nel settore televisivo, il gruppo editoriale Ciancio Sanfilippo, assume un ruolo egemonico nell’ambito dell’informazione locale, che inizia nel 1983 con l’acquisto dell’emittente televisiva Teletna, e prosegue molti anni più tardi, nel 2000, rilevando l’azienda Telecolor international Spa proprietaria delle emittenti Telecolor e Video 3, principali concorrenti, assumendo di fatto il totale controllo dell’informazione a Catania. Dal 1996 al 2001 è stato presidente della Fieg, e per breve tempo, vicepresidente dell’Ansa.

Il populismo che attacca l'informazione invece della mafia: il caso Ciancio
Mario Ciancio Sanfilippo

Immobiliarista e affarista catanese, il mese scorso “Ciaccio” – così si rivolgono a lui gli affiliati al Clan Santapaola – è stato destinatario della misura di prevenzione che ha disposto il sequestro di 150 milioni di beni del patrimonio dell’imprenditore. Il decreto di sequestro e contestuale confisca ha riguardato conti correnti, polizze assicurative, 31 società, quote di partecipazione in altre sette società e beni immobili. Il Tribunale per le misure di prevenzione, accogliendo la tesi della Procura e dei carabinieri – nel motivare il sequestro e la confisca dei beni all’editore Mario Ciancio Sanfilippo – ha parlato chiaramente di una “linea editoriale mirata a mettere in sordina i fatti legati alla famiglia mafiosa catanese”. (Potrebbe interessarti anche Caso Ciancio, la Procura svela le ragioni della confisca da 150 milioni: “Rapporti di lunga data con la mafia” )

Ex direttore ed editore del giornale che vanta le vendite più alte della regione, Mario Ciancio Sanfilippo è colui il quale, sin dagli anni ’70 e in combutta con le cosche mafiose Santapaola-Ercolano, tira le fila dell’Isola tormentata da Cosa Nostra, colui il quale ha permesso a Ercolano di redarguire un giornalista, proprio all’interno della redazione.

Chi ha il piacere di vivere alle pendici dell’Etna sa benissimo che il direttore intrattiene rapporti con la mafia catanese “sin dai primi anni 70’”, ma pochi, tra stampa e politica, ne hanno fatto cenno. Tutti sapevano. Una coltre di omertà che continua imperterrita il suo percorso anche dopo la notizia del sequestro.

Oggi, dopo la testimonianza di Francesco Di Carlo – ex boss del clan di Altofonte – si terrà l’udienza dibattimentale del processo che vede imputato Mario Ciancio Sanfilippo, ex direttore ed editore della testata regionale La Sicilia nonché della Gazzetta del Mezzogiorno, per concorso esterno in associazione mafiosa. Verranno ascoltati i collaboratori di giustizia Brusca, La Causa e D’Aquino.
Speriamo si capisca che ad essere processato è un presunto mafioso e non un giornalista.

Gabriele Patti

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