Il poeta francese Paul Verlaine: “Io sono l’impero alla fine della decadenza”

Decadenza e Verlaine
Un tempo, quando il positivismo governava ancora la realtà, tanto da influenzare scienza e vita sociale e dare così parto a quella che i cronisti storici ribattezzarono Belle Époque, un uomo, tale Paul Verlaine scriveva: “Io sono l’impero alla fine della decadenza”, termine questo, “decadenza”, che ebbe molta fortuna tra gli intellettuali dell’epoca e si venne a consolidare definitivamente con l’opera “controcorrente” di Joris-Karl Huysmans che ne scolpì, sulle lastre della storia, i propri caratteri, destinati a resistere la prova del tempo e giungere fino a noi.

Paul Verlaine decadenza
Paul Verlaine

Il decadentismo si faceva espressione delle incertezze degli uomini della metà e fine 800, ereditando il sentimento di disappartenenza della precedente corrente dei naturalisti e ispirandosi in chiave artistica e filosofica al più recente simbolismo.

Comune corso e ricorso letterario di smarrimento e nostalgia degli intellettuali nei confronti delle incognite e novità del nuovo secolo e se come dice di nuovo Joris-Karl Huysmans:  “Le fine-secolo si assomigliano. Tutte vacillano e sono torbide”, si può tracciare un parallelismo con la nostra realtà storica e gli uomini che vi abitano oggi.

L’era dei decaduti
Epoca, la nostra, che ha raggiunto traguardi prima inimmaginabili, che ha visto la costruzione di armi di distruzione di massa capaci di radere al suolo intere città in pochi battiti di ciglia, che ha coltivato il progresso fino a farlo coincidere con il regresso causando danni al pianeta forse irreversibili; epoca la nostra che, imperativa, ha imposto all’uomo una vita sempre più frenetica ed estenuante dove la velocità è stata preferita alla qualità e le attività passive hanno preso comodamente il posto di quelle attive, impensabili e inattuabili per lo spossato uomo del XXI secolo che con il passare delle ore e dei giorni ha dimenticato l’importanza del momento e dell’interrogativo e inesorabilmente si è tramutato nello sciocco che fissa il dito invece che la luna.

Squarciato quindi il velo di Maya e messe a nudo le paure dell’homo sapiens sapiens del secolo odierno, urge porre un’ultima domanda: a cosa mai può aggrapparsi l’uomo ora che tutte le sue certezze e possibilità si sono rivelate menzognere e il futuro non prospetta altro che disastro? Che ci si debba appellare a un’ultima speranza di cambiamento, reazione o meglio ancora redenzione?

Tuttavia se la descrizione di decadenza è “stato sociale o psicologico che risulta dalla perdita delle capacità spontanee di autoregolazione, collettive o individuali” come scriveva il filosofo Friedrich Nietzsche, allora l’uomo, che prima era detto “decadente”, ad oggi può essere giustamente definito “decaduto”.

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Errico Martina

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