L’esplorazione di Milgram nei limiti dell’obbedienza all’autorità ha catturato l’immaginazione pubblica, non ultimo a causa della sua conclusione agghiacciante: che la maggior parte di noi potrebbe diventare un torturatore con poche parole di incoraggiamento da parte di una singola figura autoritaria. Ma di recente Gina Perry, intervistando i protagonisti ed effettuando ricerche nell’archivio personale di Stanley Milgram, ha messo in discussione le modalità di esecuzione dell’esperimento, i cui risultati apparirebbero viziati da errori di impostazione.

Milgram pubblicò su un giornale locale un annuncio per reclutare “volontari pagati”, che partecipassero a un esperimento sull’apprendimento. I soggetti, tra i 20 e i 50 anni di età, furono accolti da uno sperimentatore che spiegò loro le dinamiche del fantomatico “test”, per indagare gli effetti della punizione sulla capacità di imparare. Ai volontari venne affidato il ruolo di “insegnanti”: ogni qualvolta gli allievi (complici dello sperimentatore sotto mentite spoglie) avessero dato la risposta sbagliata, gli insegnanti avrebbero dovuto dare loro una scossa, premendo un pulsante per azionare un generatore di corrente elettrica.

A ogni risposta sbagliata degli allievi il voltaggio saliva, e con esso le urla delle finte “vittime”: i volontari non sapevano di essere loro i veri soggetti di un esperimento teso a verificare i limiti dell’obbedienza a un ordine ricevuto.

Nel presentare le conclusioni del suo studio, Milgram scrisse che il 65% dei suoi soggetti aveva eseguito gli ordini dell’autorità, proseguendo con la tortura nonostante il dolore evidente delle vittime. Fece riferimento ai campi di concentramento e alle camere a gas, dicendo che nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza l’obbedienza di massa a ordini impartiti.

Ma la realtà dei fatti è un po’ diversa da quella che ci è stata trasmessa. Molti dei dati raccolti non furono pubblicati, furono accantonati ad arte o sminuiti per far emergere una versione più inquietante e adeguata al caso Eichmann – come scrive sul New Scientist Gina Perry, psicologa che ha ascoltato le registrazioni dei 780 esperimenti svolti da Milgram, e studiato le 158 scatole di documenti che li raccontano.

Milgram Gina Perry
La giornalista e scrittrice Gina Perry

Stanley Milgram era inchiodato. Era un 26enne assistente alla Yale University con ricordi d’infanzia della guerra, come radunarsi alla radio con la sua famiglia nel loro appartamento di Brooklyn per avere notizie di parenti ebrei nell’Europa orientale. Mentre il processo si svolgeva, Eichmann insisteva nel dire che stava semplicemente seguendo gli ordini. Ciò diede a Milgram un’idea per un progetto di ricerca che sarebbe diventato uno degli esperimenti più controversi nella storia della psicologia.

“Sono arrivata a Yale nel 2007 – scrive Gina Perry su New Scientist – entusiasta di dare un’occhiata da vicino a questo esperimento classico e al suo materiale di archivio rilasciato di recente. Ma quello che ho trovato ha rivelato una storia inquietante e contorta. Questa ricerca storica è tanto incompresa quanto famosa. Agli inizi degli anni ’60, la psicologia sociale era ancora una disciplina emergente, che rapidamente guadagnò la reputazione di esperimenti che nascondevano la loro vera natura in modo da indurre le persone a comportarsi in modo naturale. I pionieri come Milgram dovevano sviluppare capacità narrative, recitazione e scenotecnica come parte del loro kit di strumenti di ricerca”.

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“Il fatto che l’esperimento sia basato su una messa in scena atta a trarre in inganno i soggetti invitati a partecipare al test – ha sottolineato la Perry – è stato oggetto di critica: sono documentati casi di “insegnanti” che, avendo sentito grida di dolore insopportabile seguite quasi immediatamente da risposte dal tono di voce normale da parte degli “allievi”, avrebbero reagito a quella situazione surreale in maniera estraniata e mettendosi a ridere”.


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