Immigrazione, parla Sangari, giovane guineano: “Sulla nave condizioni igieniche pessime, tutti ammassati ed esposti alle intemperie”

Un duro e drammatico viaggio tra intemperie, pessime condizioni igieniche e vessazioni. È la storia di Sangari, diciannovenne guineano, giunto in Italia da oltre due anni grazie al difficile viaggio in un “barcone della morte” e, adesso, ospite della “Locanda del Samaritano”, la casa di accoglienza di Catania gestita da don Mario Sirica sin dal 2014. Partendo dalle motivazioni familiari che lo hanno spinto a lasciare il suo paese, Sangari a PrimepaGine descrive il duro viaggio intrapreso per arrivare in Sicilia.

Sangari, come sei arrivato in Italia?
“Sono partito con l’imbarcazione dal Porto di Mali, a sud-ovest della Guinea, e sono arrivato al Porto di Catania. Il viaggio per venire in italia non è stato facile, pieno di difficoltà tra il maltempo, gli spazi stretti e le urla degli scafisti. Sull’imbarcazione eravamo tutti ammassati: uomini, donne e bambini. Ogni spazio possibile della nave era occupato da qualcuno. Considerando che abbiamo viaggiato tutta la notte, non è stato certo l’ideale. Siamo partiti nel tardo pomeriggio e siamo arrivati al Porto di Catania il mattino dopo. Ore interminabili stipati come oggetti e in pessime condizioni igeniche”.

Ci puoi descrivere cosa hai dovuto affrontare durante il viaggio?
“Sulla nave ci trattavano male: gli scafisti ci aggredivano verbalmente perché volevano essere pagati. Se una persona non ha i soldi per pagare, non può salire sulla nave. Coloro che guidano le imbarcazioni sono originari di vari paesi, possono essere nigeriani, gambiani o libici. Sono immigrati come noi. Essendo in grado di guidare l’imbarcazione si propongono per condurre il viaggio, ma fanno salire solo chi paga”.

Dove ti trovavi prima di arrivare alla “Locanda del Samaritano”?
“Quando sono arrivato in Italia, il primo posto dove mi hanno portato è stato un centro di prima accoglienza a Scordia, poi da lì mi hanno trasferito a Gela, successivamente a Caltagirone e infine a Catania. Passavo da un centro all’altro: in base alla disponibilità delle varie strutture, molti di noi venivano trasferiti per fare posto ad altri migranti.

Cosa ti ha spinto a lasciare il tuo paese e venire in Italia?
“Sono venuto in Italia, o meglio, ho lasciato la Guinea perché avevo una complessa situazione familiare alle spalle. Mia madre è morta e mio padre si è risposato con un’altra donna. Lei ha gestito casa nostra, diceva che non c’erano più soldi per mandare a scuola me e mia sorella, mentre suo figlio ci andava. Io e mia sorella stavamo sempre in casa a svolgere lavori domestici per lei. Faceva quello che voleva perché lavorava al mercato e mio padre purtoppo era senza lavoro. Eravamo troppi in famiglia e ho deciso di partire perché in Africa quando sei bambino c’è differenza tra quattro chicchi di riso o sei.


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