La finalità della critica non è mai autoreferenziale, ma funge da stimolo e spunto di miglioramento per tutto ciò che rientra nel suo mirino. Partendo da questo presupposto, quello che necessita di essere palesato non è altro che lo schizofrenico avvicendarsi di convinzioni di stile che il nostro tempo impone: se da un lato cerca di far passare come normalità e tendenza la sua vetrina, dall’altro offusca le menti e raggira la capacità di discernimento di chi si sente perennemente alla moda.

Si, perché il vero dramma del nostro tempo non si nasconde dietro i mille programmi di cucina che hanno reso chef anche i banconisti dei peggiori bar di Caracas, non si annida dietro le scrivania dell’alta finanza dove le teorie classiche della domanda e dell’offerta giocano a tre sette per riempire le tasche dei soliti noti e nemmeno si crogiola nelle poltrone delle prostituzioni politiche, ché se Bansky – in realtà Salvatore Benintende in arte Tvboy – ha ritratto Salvini e Di Maio pomiciare davvero, non serve aggiungere altro.

Lo sfacelo della credibilità dei nostri giorni, invece, non si nutre d’altro che di quell’aria di frivolezza a cui ciascuno di noi rivolge una particolare attenzione dal punto di vista strutturale e ontologico della consistenza della persona, non più relegandolo a mero orpello: il fashion, le tendenze, ciò che indossiamo, insomma, il nostro biglietto da visita prima facie non è da sottovalutare.

La moda, una libertà imposta

È inutile continuare a martellarsi di bugie come “l’abito non fa il monaco” – o ancora – “l’importante è ciò che siamo dentro”.

È la moda a renderci uomini di spessore e mai come adesso niente ha più un senso, perché il meltinpot da cui siamo bersagliati, ha completamente sgretolato il significato stesso di appartenenza a un periodo e ci ha tolto identità. Convinciamoci del fatto che non siamo socialmente più rispettabili e apprezzati perché possiamo osare, ad esempio, uno stile hippie-punk: semplicemente noi non siamo figli dei fiori veri e nemmeno metallari veri, come i disorientati dalle prime droghe sintetiche anni 90; siamo solo le brutte copie di una finta libertà che non ci appartiene, ma di cui ci appropriamo perché i media ci hanno detto che possiamo, senza spiegarci le controindicazioni.

Il modo in cui ci presentiamo ha un impatto che incide in maniera determinante nei rapporti, che siano lavorativi, sessuali, d’occasione o familiari, e il fatto che la bussola si sia completamente smarrita (prova ne siano le barbe per gli uomini: molti di loro hanno davvero cambiato identità) in nome di una regola di stile che non esiste, lascia pensare che esista un filtro in tutti e tutto.

Se nell’armadio di una donna convivono allo stesso tempo scarpe a punta affilata, quadrata e rotonda, jeans a vita bassa, media e altissima, zeppe anni settanta e plateau anni duemila, come potremmo mai fidarci del gentil sesso, ancora una volta?

Se l’agenda di un uomo pullula di appuntamenti dall’estetista, il suo cassetto del bagno di creme antirughe, e il suo armadio di pashmine morbide e 24 ore di coccodrillo, come potremmo mai fidarci degli uomini, ancora una volta?

Una frase di spessore della prima stagione di breaking bad recita  “findjoy in the littlethings”.
Forse allora la chiave di volta per superare questo stallo da morbosa ricerca della perfezione, imposta per l’ottenimento di consensi, è proprio ristabilire l’ordine delle piccole cose e gioirne? Senza attentare alla sensualità di una maglietta bianca brandless che volteggia leggera su un denim anonimo, ma comodo e senza risvoltini?

La moda, una libertà imposta

La critica dell’incipit, in fondo, vuole dimostrare che continuando con questa disinvoltura, diventeremo tutti ladri di un tempo, un modo e un carattere che non ci appartiene senza inventare mai nulla di nuovo. Purtroppo pensare che una presa di posizione disarmata e sincera possa realizzarsi è più utopico del suggerimento di ricominciare a dare valore alle piccole cose. Non resta altro, dunque, che rassegnarsi a queste disinvolte critiche, ma con l’unico buon proposito di non sindacare più nessuno in questa società.

Perché tu, giovane uomo e donna mediamente soddisfatto della tua esistenza posticcia e condivisa, rinunci alla derisione del più consapevole outfit del Nerd, che quantomeno, con una coerenza quasi commovente, da sempre rappresenta nell’ombra un disagio sicuro e vivo, con forfora e maglia della salute piene di personalità.

Eleonora Savoca

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