Quando si pensa alla sinistra in Italia lo si fa sempre con una certa nostalgia. Si è soliti riportare indietro la storia al 1968, l’anno in cui la contestazione giovanile denunciava l’imperialismo, la guerra in Vietnam, il capitalismo e la società borghese dei consumi e che, successivamente, si unì alla classe operaia e al ruolo egemonico da essa rivendicato, portando avanti la rivoluzione che si configurò sempre di più nell’ideologia marxista. Gli operai, infatti, rivendicavano i diritti “dell’operaio massa”, spesso immigrato e scarsamente qualificato, che viveva una condizione di disagio all’interno delle fabbriche dovuto a un salario basso e servizi sociali scadenti o insufficienti. La centralità dell’operaio coincise poi con la stagione di scontri e di lotte dei lavoratori che ebbe il suo culmine nell’autunno caldo del ’69.

Sedici anni dopo, Il 7 giugno 1984, Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano dal 1972, tenne il suo ultimo comizio presso Piazza dei Frutti a Padova. Il segretario del Pci lasciò la vita terrena e politica affidando una missione alla sinistra italiana, agli elettori, ai lavoratori, ai cittadini: “Lavorate tutti casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini.”

Sono passati più di trent’anni dalla morte di Berlinguer, momento in cui ogni elettore (o ex elettore) di sinistra, giovane o meno giovane, è solito identificare come la fine della sinistra italiana.

L’esito delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 sembrano confermare che la crisi della sinistra c’è ed è destinata a durare a lungo. Il punto di rottura sembrò essere giunto con la riforma, tramite il Jobs Act del governo Renzi, dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, il quale tutela i lavoratori a seguito di licenziamento illegittimo. Il lavoro, che da sempre caratterizza il principio base della sinistra, viene accantonato.

La sinistra non dialoga più con i cittadini ma, piuttosto, si chiude, è distante da essi, così da non riconoscersi reciprocamente: da un lato, una sinistra che non prende coscienza del disagio sociale causato dal precariato, dalla disoccupazione, dall’assenza di posti di lavoro per i giovani più istruiti e, di conseguenza, per i giovani meno istruiti fino ad arrivare alle famiglie monoreddito, mentre dall’altro le masse tra la rabbia e la frustrazione, rimproverano alla sinistra di aver dimenticato i suoi valori tradizionali.

La sinistra, storicamente internazionalista in difesa dell’uguaglianza sociale, delle classi ma, soprattutto dell’uguaglianza tra popoli, ha posto l’attenzione sull’accoglienza a seguito dei flussi migratori sempre più consistenti, innescando inevitabilmente una guerra tra poveri di cui i partiti populisti non hanno potuto fare a meno di accorgersi. Il fenomeno migratorio ha sulle classi deboli un impatto non indifferente subendo il timore di una “concorrenza” da parte dei migranti non solo in termini di lavoro ma anche di percezione delle priorità della politica.

Le forze politiche populiste, spesso xenofobe e razziste, sono un fenomeno ormai dilagante in tutta Europa, diventano il rifugio per molti di quegli elettori che non vedono soluzioni alle loro condizioni di vita e si sono fatte portavoce della “lotta” di cui, precedentemente, era protagonista la sinistra, mentre all’interno di essa emergono fratture e dissidi, un passaggio di colpe e rimproveri che la indeboliscono e la fanno apparire sempre più lontana da una soluzione concreta ed imminente, fino al punto in cui l’antipolitica pare abbia trionfato. In questi giorni si è svolta a Ravenna la Festa dell’Unità, la quale ha affrontato diversi temi tra cui, in primo luogo, la sconfitta elettorale del Partito democratico, analizzando le sue cause e le sue conseguenze, la tragedia del crollo del ponte Morandi a Genova il 14 agosto, dei vaccini, dell’immigrazione e della crisi libica in corso.

Proposte avanzate anche dalla deputata di Liberi e Uguali ed ex presidente della Camera Laura Boldrini, la quale tramite twitter lancia un appello a tutte le forze di sinistra e di centro-sinistra unite in un nuovo progetto politico, un nuovo partito progressista in vista delle elezioni europee previste tra il 23 e il 26 maggio 2019, come alternativa ai populismi e all’estrema destra sempre più euroscettica, in un periodo storico come quello attuale dove il concetto di chiusura dei confini è presente anche negli USA di cui è portavoce il Presidente Donald Trump con la questione dei dazi. “Tutti noi ce la prendiamo con la storia/ma io dico che la colpa è nostra/ è evidente che la gente è poco seria/ quando si tratta di sinistra o destra” , cantava Giorgio Gaber in “Destra- Sinistra”, e forse la risposta si trova proprio qui: per far ripartire la sinistra, serve, forse, una presa di coscienza da parte degli elettori, nelle masse deluse da quella politica fatta di promesse e poche risposte, quella politica ormai assente, priva di una base ideologica, quell’ideologia che come Gaber stesso diceva “malgrado tutto credo ancora che ci sia”.

Ylenia Francesca Le Mura

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