Liberatorio, pieno di speranze, enigmatico e misterioso, così tanto atteso e così rapido nel suo trascorrere.

Forse il vero, unico e solo oggetto del desiderio di questi tempi è il fine settimana. Il valore intrinseco che nasconde necessita, però, che il desiderante abbia prima navigato una serie di primavere affinchè la vis attrattiva che esercita possa essere agognata come si deve. A ben riflettere, finché si è pulcini a scuola, il tempo è scandito in modo perfetto, quasi militare, dalle 5 o 6 ore quotidiane tra i banchi, cosicché sarà impossibile confondere un martedì con un mercoledì, perché ogni singolo giorno ha la sua scaletta, le sue materie e da quello soltanto dipende la modalità da impostare per affrontare tutto; le giornate di vero gaudio non corrisponderanno quindi necessariamente con il termine dell’impegno didattico, ma più semplicemente con i momenti dedicati all’educazione fisica.

Lontani dagli anni della scuola dell’obbligo e impantanati nel traffico dell’età lavorativa, invece, cambiamo non più e non soltanto abbigliamento, abitudini, personalità e approccio in generale al prossimo, first of all modifichiamo il modo di intendere i giorni della settimana.

Il lunedì dopo il Weekend: tutti i mali del mondo in sole 24 ore

Il lunedì è una tragedia, un lutto annunciato, una bastonata alla nuca, insomma un film dell’orrore: nessuna gioia potrà mai appannare la depressione del primo dei sette, che contiene in sé tutti i mali del mondo in sole 24 ore.

Fortunatamente il mood migliora con un climax ascendente verso la fine della settimana di cui trattasi, inspiegabilmente e a prescindere da reali circostanze di fatto o di diritto: oramai, come pecore al pascolo, transumiamo vero quello che un dictat convenzionale ci ha tatuato addosso. Potrebbe accadere che sia lunedì il giorno della tanto agognata promozione sul posto di lavoro e venerdì quello invece del licenziamento più improbabile, ciò nonostante il primo non si assaporerà come si deve poiché confinato al momento della merla dell’umore e il secondo non si patirà più di tanto, coccolato dai preannunciati bagordi della Saturday night fever o qualsiasi altra cosa sia.

Se questo è l’iter semantico che prova a spiegare la ragione delle palpitazioni che ci assalgono appena sull’orologio compaiono le 23.55 del giovedì sera, poco male, il percorso sarà pure logico da un punto di vista progressivo, ma totalmente insensato dal punto di vista umano. E in fondo non è importante nemmeno questo, perché quando i contorni del tatuaggio convenzionale scoloriranno, lasciando il posto a qualche altra paturnia collettiva, ci guarderemo indietro e, avendo vissuto tutti allo stesso modo, ne saremo comunque compiaciuti.

Eleonora Savoca

 

 

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