A titolo meramente ludico-ricreativo, prendiamo come punto di riferimento delle nostre amare vite, una candela accesa.

È immobile, eppure la luce che diffonde si muove in modo delicato e costante, la cera che la compone si scioglie, lentamente ma inesorabilmente, fino a spegnersi con uno sbuffo annunciato ma che comunque in qualche modo stupisce, lasciando lo sguardo attonito su quella sottile scia nera di fumo che fluttua verso l’alto e che palesa la fine di qualcosa, che si trasforma in altro, diverso e ancora testardamente esistente sotto altre, mentite spoglie.

Se siete riusciti a visualizzare questa immagine e una qualche parvenza di emozione e/o sentimento ha pervaso il vostro animo, mi fa molto piacere, perché vorrà pur dire che un filare di sostantivi e aggettivi strategicamente accostati possono essere in grado di suscitare reazioni più intense di un cuore su instagram (ho voluto esagerare). Se invece l’imperturbabile atarassìa dei vostri sensi non ha subito alcuna flessione, ciò significa che eravate su instagram davvero, a controllare l’agognato arrivo del cuore dell’unico follower di cui siete al contempo stalker, oppure evidentemente la dignità della grammatica italiana deve essere lasciata in pace, senza che gli umani moti interiori possano in qualche modo intaccarla o scalfirla, con la pretesa che la descrizione fotografica di una cosa inanimata possa obbligatoriamente trasformarsi in poesia e sguardi languidi.

Bando alle ciance, la storia del ceppo acceso mi sconfinfera, non tanto (e non solo) per la sacralità che dall’immagine riecheggia, ma perché la ritengo la personificazione esatta dell’evoluzione media di tutte le storie d’amore.

Nascono grandi, imponenti e forti, con una fiammata sicura e lucente, imbattibili in re ipsa, ma la reale realtà è che poi tutto crolla davanti al principio del tallone d’Achille, ossia che il punto debole, inevitabilmente esiste, anche laddove tutto si palesa con tratti di inespugnabilità.

Quindi, come una candela accesa, l’inesorabile declino verso la fine, non descrive solo la storia del sacro romano impero di scolastica memoria, ma si verifica più o meno in tutte le storie sentimentali, a velocità diverse e alternate, ma si concretizza.

E tutto alla fine si spegne, si conclude e cala il sipario anche su un battito del cuore accelerato.

Ma non c’è nulla di male.

Nel tentativo estremo di dominare i nostri istinti, abbiamo deciso di dare un nome a tutte le cose e poi di associarvi uno stato d’animo: inizio= felicità. Fine= tristezza. A parte i traditori seriali, i narcisisti inguaribili e gli apatici, che possibilmente gioiranno della fine di qualcosa e si rammaricheranno rendendosi conto di esser rimasti incastrati in una relazione, oppure non sentiranno niente di niente, il resto del gregge viaggerà seguendo la mini equivalenza mostrata.

Io proporrei di ribaltare gli schemi d’approccio alla contingenza e di accettare l’incognita, l’inaspettato così com’è, senza dargli troppo spessore, volume e pomposità, seguendo in maniera più selvaggia l’istinto al di là della ragione, e concentrarci sull’esatto momento del trapasso, quella frazione di vita che divide il “siamo” dal “siamo stati”per capire di che dimensione si tratta.

Potremmo, forse rimanere al buio di una stanza, con cenere in mano e fumo negli occhi, ma quell’aroma di sigaretta che è nello stesso momento l’alfa e l’omega, prologo ed epilogo, durerà solo qualche istante, poi svanirà per sempre.

Riconoscerei a questo preciso spaccato temporale, almeno una volta, la dignità che merita, come un Caronte che traghetti i nostri pensieri dalla sponda dell’accaduto al vuoto dell’accadente, senza annegare nell’Acheronte dei clichè, ma nemmeno sguazzare nel girone dannati.

Eleonora Savoca

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